La vera spiritualità non ha bisogno di un linguaggio tutto suo, e certamente non ha bisogno di tutte queste arie misticheggianti. É talmente sicura di sé che non si preoccupa nemmeno di definirsi “spirituale”.

Spesso mi imbatto in gente con cui teoricamente dovrei andare d’accordo visto che sembrano condividere molte delle mie stesse idee, ma invece il mio istinto iniziale è di scappare più in fretta che posso nella direzione opposta. La mia reazione stupisce pure me dal momento che non sembra essere minimamente giustificata.

Dopo tutto, queste sono persone che fanno del loro meglio per essere buone con gli altri nonostante le differenze ideologiche invece che sparargli. Cercano di sviluppare una relazione sana con il proprio corpo, proteggono la natura e non si sognerebbero di voler limitare la mia libertà di scelta. Perché, allora, mi danno così fastidio? Temo che sia colpa del mio gusto per il paradosso.
Spesso, molte persone mettono troppo sforzo nel cercare di essere all’altezza di un’immagine idealizzata di cosa vuol dire essere “spirituale”. Quando li ascolto parlare, anche se sono d’accordo con quello che dicono, sento sempre troppo sforzo nelle loro parole. Il modo in cui si comportano ed agiscono mi sembra sempre troppo studiato. Invece che essere qualcosa che hanno imparato lungo la via insieme a pulirsi il culo e a giocare nel fango, la spiritualità è per loro una scoperta mistica, uno speciale, sacro stato di coscienza completamente separato dalla vita quotidiana. Ma come dice Gary Snyder, “Non sono sicuro mi piaccia l’idea di distinguere tra il sacro e il non-sacro”.
Adesso che ci penso, Gary Snyder è troppo educato. A differenza della sua moderata risposta, posso dire con certezza che la distinzione tra sacro e mondano mi appare rivoltante, innaturale e perversa. La vera spiritualità non è uno stato esoterico un’escursione esoterica fra le nuvole, rimossa da questioni mondane. La vera spiritualità si trova nel come ci alziamo al mattino, in come camminiamo, parliamo, respiriamo, combattiamo e ruttiamo. La vera spiritualità non ha bisogno di un linguaggio tutto suo, e certamente non ha bisogno di tutte queste arie misticheggianti. É talmente sicura di sé che non si preoccupa nemmeno di definirsi “spirituale”. Il paradosso non è un fan della separazione fra la spiritualità e ogni altro aspetto della vita. Questo tipo di divisioni spalanca la porta ad un’enorme serie di altri problemi. Nel coltivare qualità morbide, flessibili e dolci ma trascurando di nutrire uno spirito guerriero, un’attitudine impavida, e una volontà indomabile, la maggior parte di questa gente finisce per diventare troppo sbilanciata. La loro energia è tutta Yin e niente Yang. Tipicamente, sono persone gentili e piacevoli. Anche se questo è chiaramente preferibile all’essere stronzi rozzi e volgari, gli manca comunque qualcosa. Nessun fuoco brucia nei loro occhi. Non sono animati da abbastanza intensità che li muove dall’interno. Nessuna sovrabbondante passione minaccia di farli esplodere se non trova qualcosa in cui incanalarsi. È proprio per questo che a molte donne piacciono i “bad boys” più di quelli buoni e dolci. La loro disposizione pacifica paga il prezzo di una perdita di forza e potenza. Le loro emozioni sono troppo educate per i miei gusti. Ho semplicemente troppa difficoltà nel relazionarmi a gente che non ha mai sentito il bisogno di tirare un pugno ad una porta di vetro (a proposito... mi scuso ancora per la tua porta, mamma...). Li apprezzerei davvero molto di più se una qualcosa di più viscerale e barbarico arrotondasse la loro spiritualità. Il giorno in cui queste belle anime mi parleranno di “energia positiva” mentre intonano una canzone di Eminem avrò molto più rispetto per loro.
E così ci ritroviamo fra le mani l’inevitabile dicotomia che emerge sempre dovunque il paradosso non è invitato. Molte fra le persone più buone e sensibili al mondo sono troppo molli per avere un impatto sulla nostra realtà collettiva mentre la gente più motivata e determinata è spesso quella che ha la disciplina e la lucidità per raggiungere i propri obiettivi, ma pochissima empatia o visione. Ciò di cui abbiamo bisogno, invece, è una ricetta paradossale che mescoli cuore e muscoli, dolcezza e durezza, flessibilità e valori forti. Il paradosso è la pozione magica necessaria per guarire noi stessi e il mondo che ci circonda.




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