Che senso ha insegnare?

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È un po’ di tempo che mi faccio questa domanda.
Tutto ciò che insegno senza un’intenzione non ha senso ed io non posso insegnare l’intenzione, posso solo insegnare la tecnica, e la tecnica di per sé non vale nulla se l’intenzione è quella sbagliata. Quando vi insegno a dare un pugno, se l’unica intenzione è quella di fare un occhio nero al primo round di sparring, avete sbagliato tutto. Quando lavorate sui colpitori o faticate in un circuito, se l’unica intenzione è quella di farvi vedere o di farmi vedere che siete forti e siete i primi, avete sbagliato tutto. Quando eseguite un’asana, se l’intenzione è quella di far vedere quanto siete flessibili o la vostra testa è altrove aspettando, sofferenti, che l’insegnante cambi posizione, avete sbagliato tutto.

Pratico arti marziali da 5 anni e solo adesso inizio a capirne il senso, l’utilità; che non è certo quella di sapersi difendere per strada, (giusto l’anno scorso un famoso fighter dell’UFC è stato mandato in coma in un benzinaio per aver fatto lo sborone), ma bensì la capacità di affrontare la situazione nel quale esse vi proiettano a causa della loro semplice natura. Arti marziali significa combattimento, disciplina, fatica, sudore, dolore, competizione, malessere, a volte individui loschi, cattivi e falsi e tutto ciò va affrontato nella maniera corretta, in equilibrio ed in pace con voi stessi. Se mollate avete fallito. Se sbroccate avete fallito. Se vi lamentate avete fallito. Se date la colpa agli altri avete fallito.

Ho fatto l’esempio con le arti marziali perché questo è il mio campo, ma tutto ciò si applica a qualunque disciplina, che sia yoga, nuoto, rugby o cricket se questo è il vostro sport.

Ciò che fa la differenza è il praticante, l’intenzione che LUI ci mette. Ha già tutto dentro ed è lui che rende utile ciò che fa; otterrebbe gli stessi risultati in qualunque altra disciplina perché è la sua attenzione che ne estrae i benefici. Al contrario chi agisce con intenzioni e attenzioni sbagliate renderà inutile tutto ciò che gli verrà insegnato. Alla fine non sono io che faccio la differenza, non è ciò che insegno e non come lo insegno che ne valorizza l’utilità ma solo il praticante con la sua intenzione, quindi perché continuare ad insegnare?
Sono forse un “facilitatore” del percorso? Non lo so. Personalmente ho realizzato le mie intenzioni proprio quando, invece, sono rimasto da solo e senza supporti; quindi posso chiamarmi “facilitatore”? Sto forse rendendo tutto più difficile insegnando? Non lo so, ma per adesso mi fa stare bene. In mezzo alla varietà di persone che questo ruolo mi mette davanti ci sono individui che vale veramente la pena di conoscere, che vale la pena di ascoltare e più che insegnare sono io che continuo ad imparare dai diversi studenti quindi qui rigiro la domanda e mi chiedo: perché dovrei smettere?

Nella confusione che tutto ciò mi crea mi faccio una risata con la leggerezza di chi non ha capito un cazzo ma, con il sorriso sulle labbra, continua a fare “sì” con la testa.

Riccardo Imperiale